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l'intervista

Bernardo Corradi: "Ragazzi, tornate a giocare in strada"

L'ex centravanti della Lazio e della Nazionale a tutto tondo sul calcio di oggi e quello giovanile, così diverso dalla sua epoca

21 Gennaio 2019

Bernardo Corradi

Bernardo Corradi

La faccia di un bambino. Il volto di chi non crede ai propri occhi. Il viso di chi sente crescere dentro l’incredulità di vivere il momento. Si trova al Luna Park, nel Paese dei Balocchi, nel suo posto preferito. In un Sogno. La stessa faccia, gli stessi occhi, la stessa sorpresa che oggi, Bernardo Corradi cerca sul viso dei ragazzi che allena in Nazionale. Trovandola in parte. Il calciatore, il dirigente, l’allenatore. Fa spavento cercare di riassumere le mille vite dell’ex centravanti del Chievo: il miracolo Del Neri, la Lazio indebitata, il clan degli italiani a Valencia, l’impatto con il City ancora lontano dai fasti degli sceicchi, la scommessa Montreal Impact. In un’intervista a tutto tondo Bernardo Corradi ci mostra la sua anima. Che a distanza di anni rimane ancora quella dell’adulto/bambino che esplode di gioia per un esordio in Nazionale tanto sognato quanto voluto ma mai del tutto metabolizzato. 
Bernardo Corradi

Corradi, sembra che l’Azzurro le calzi veramente a pennello. In quante vesti ha vissuto la Nazionale Italiana? Prima da calciatore, poi da dirigente, ora anche da tecnico… “Esattamente. Attualmente sono l’assistente di Federico Guidi in Under 19: siamo reduci da un 3-0 secco alla Spagna che ci ha davvero reso molto felici. Lo scorso anno, invece, ho seguito l’Under 17 e tutta la sua cavalcata fino alla finale dell’Europeo di categoria. Abbiamo perso ai rigori contro l’Olanda, meritavamo certamente qualcosa in più. Parlo dello Staff ma soprattutto dei ragazzi. Vederli piangere a fine partita, sul campo da gioco, mi ha fatto davvero molto male. Noi grandi, dopo tanti anni passati ad alti livelli, abbiamo sviluppato gli anticorpi, loro no. Per quanto riguarda la carriera da dirigente, la Federazione mi chiamò in un momento di Commissariamento. Formata la nuova Governance, non c’era più bisogno di me. E poi sono un uomo di campo…”

Pensa che i Settori Giovanili possano essere realmente il suo habitat? “Inizialmente no. Riflettevo: uso già gran parte della pazienza con i miei figli, riuscirò ad averne anche con quelli degli altri? Poi, invece, mi sono innamorato di questo mondo: i ragazzi sono uno spettacolo. Più tempo ci perdi, più attenzioni gli dai, più ti rendono indietro. La stessa cosa non avviene con i più grandi: hanno preconcetti, un loro background lavorativo e di vita. Il tecnico bravo è quello che riesce ad entrare nella testa anche del giocatore più forte, convincendolo a farsi dare tutto. Con i ragazzi è diverso: sono tavole bianche. Se gli chiedi di fare una cosa, loro la fanno e funziona, li hai conquistati e saranno tuoi per sempre. Si crea un rapporto particolare, ecco perché fa doppiamente male vederli piangere al termine di una sconfitta”. 

Si parla sempre di “formare i nuovi talenti” ma la Federazione se ne preoccupa davvero? Cosa chiede ai suoi Commissari Tecnici? Di portare a casa trofei o di scovare e crescere i campioni del futuro? “Entrambe le cose. Anche se ora, molto è cambiato: ho sentito dire a Gravina che vuole ridurre i Centri Federali, aumentando la qualità del prodotto offerto e le ore di esposizione al pallone dei ragazzi. Vincere fa piacere a tutti, non nascondiamoci. Ma anche la crescita del giovane è importante. Senza questa, qualsiasi riconoscimento sarebbe inutile. Qualcosa stiamo facendo, dai: due finali con Under 19 e Under 17, tante buone gare, moltissimi giocatori portati in Serie A…”.

Gli ultimi rispondono ai nomi Nicolò Zaniolo e soprattutto di Alessio Riccardi, che settimana scorsa ha fatto il suo esordio tra i professionisti giocando in Coppa Italia… “Ad esempio. Zaniolo sta facendo benissimo ma non c’erano molti dubbi. Al di là delle mere doti tecniche, che il ragazzo ha, in campo ha messo agonismo e freschezza. Un giovane senza intensità è come un vecchio senza esperienza: un controsenso. Riccardi lo conosco alla perfezione: l’ho seguito un anno, la scorsa stagione, con l’Under 17, ora ha fatto il salto finendo direttamente in Under 19. Lo aspettiamo, gli auguro il meglio”. 
Corradi durante un ritiro della Nazionale

In una precedente intervista, Marco Cassetti ha detto che per far crescere il movimento calcistico italiano, andrebbero tolte le classifiche dai Settori Giovanili. è d’accordo? “Onestamente no. Quando si è più piccoli è chiaro che sono altri i punti cardine della crescita di un giocatore, ma già dai dieci anni in poi bisogna insegnare cose diverse. è il procedimento che è importante: mi impegno per qualcosa, lavoro durante la settimana e ho la verifica la domenica. Se questa va male, qualcuno dovrà interrogarsi: sia il tecnico che gli stessi giocatori. Lo sport è disciplina e serietà. Sono contento di avere avuto il calcio come colonna portante della mia formazione, insieme agli insegnamenti dei miei genitori. Lo sport ti dà metodo, ti insegna a rispettare le regole, l’avversario, i tuoi stessi compagni di squadra. Fa parte del bagaglio culturale che vorrei lasciare ai miei figli”. 

In questo senso, quanto è cambiato il mondo del calcio da quando giocava lei? Quanto i Settori Giovanili? Quanto la società, a questo punto… “Tantissimo. A distanza di anni posso dire che quando ero piccolo io, c’era maggior disincanto, più freschezza: si giocava a pallone per il puro gusto di farlo. Ora, invece, c’è troppa presa di coscienza. Soprattutto da parte delle famiglie che vedono per il proprio figlio un futuro roseo, fatto di benessere economico. Invece, il consiglio che posso dare è quello di crearsi comunque una exit strategy: i numeri parlano chiaro. Sono pochi i calciatori che diventano professionisti, rispetto all’enorme mole di ragazzi che calcano i campi da gioco. Anche tra i professionisti, avere le spalle coperte è fondamentale. Sebbene sia complicato capirlo in adolescenza, quando magari giochi bene un torneo importante e gli spalti sono pieni di osservatori e procuratori”.

Che ne pensa di questa categoria? “Quando il calcio diventa un lavoro, devi necessariamente circondarti di un professionista che curi i tuoi interessi. Ci sono carte da leggere, contratti da firmare: si ha bisogno di un tecnico. Lo stesso discorso non vale per un bimbo di dieci o undici anni. La mia carriera, poi, mi ha insegnato che se sei bravo, puoi diventare il procuratore di te stesso. è vero: esistono calciatori scarsi che giocano in Serie A anche dieci anni, grazie al lavoro di procuratori molto bravi, ma per me è follia. Per fortuna il campo parla sempre: è il giudice supremo”. 

I Settori Giovanili italiani sono formanti? “Sì ma non bastano. Mi spiego: quando ero piccolo, il mio primo pensiero tornando da scuola era quello di mangiare velocemente e poi correre fuori a giocare con gli amici. Se era inverno, non si faceva troppa fatica: al pomeriggio fa buio presto e si poteva rientrare a casa per studiare. L’estate era un inferno: ne ricordo poche di litigate con mia madre… Ma quella è stata la mia Scuola Calcio: dribblare motorini, buche, paletti. Ti adattavi a giocare in ogni condizione. Per cui oltre alle quattro ore settimanali di allenamenti canonici, c’erano giorni e giorni passati per strada con il pallone tra i piedi. Ora è diverso, specie per i ragazzi che abitano in città. Invece ogni calciatore dovrebbe avere il suo pallone, dovrebbe portarlo a casa con sé, pulirlo, toccarlo, giocarci e magari rompere anche qualche lampadario, vivaddio! Ora vedo tecnici insegnare ai bambini le diagonali, gli scivolamenti, le marcature preventive. Mi sembra di sognare. Prima bisogna saper controllare un pallone, passarlo, tirare in porta. Poi viene tutto il resto”.

Le “seconde squadre” potrebbero essere una soluzione per aiutare il calcio italiano a tornare i fasti di un tempo?

“Sì. A patto che non si usino solo come valvole di sfogo per i giocatori in esubero”. 

Si ispira a qualche allenatore in particolare? “Guardo sempre l’inarrivabile e quindi il Manchester City di Pep Guardiola. Ecco, lui è uno dei tecnici di cui parlavo prima: riesce a farsi dare tutto dai suoi giocatori, li fa entrare nel suo mondo, li convince della giustezza dei suoi concetti. Le squadre di Mourinho non giocano benissimo ma lui è un motivatore pazzesco. Poi ci sono Sarri, Giampaolo, Inzaghi… In Italia da un punto di vista tattico ci si può sbizzarrire: quasi si potrebbe non spegnere mai la Tv”.

Di Francesco Le piace? “La Roma lo scorso anno ha fatto molto bene, andando anche al di là di quello che ci si aspettava. Questo può avere un po’ ingannato: magari qualcuno ha alzato l’asticella, poggiandola accanto a questi risultati. Sbagliando. Certo che quando perdi giocatori di qualità e personalità come Strootman, Nainggolan e Alisson diventa dura. E’ vero che Monchi ha acquistato molto sul mercato ma ha preso calciatori diversi, soprattutto da un punto di vista temperamentale. Ha acquisito tecnica ma ha perso carattere nello spogliatoio”.
Corradi esulta dopo un gol con la Lazio

Da attaccante ad attaccante: perché Schick fa tutta questa fatica? E Piatek, prossimo al passaggio al Milan, rischia di avere le stesse difficoltà? “Per esplodere e giocare gare di livello devi stare bene e Schick da questo punto di vista è stato sfortunato. E’ un calciatore di indubbia qualità ma un conto è risolvere le partite a Genova, entrando dalla panchina. Un conto è giocare a Roma, con quella pressione e con un cartellino pesantissimo, economicamente parlando, sulle spalle: ho visto soffrire anche giocatori con maggiore esperienza rispetto a quella di Patrick. Per Piatek il discorso è diverso: è più grande e ha già giocato in campionati complicati che lo hanno formato”. 

Lei stato uno dei primi a lasciare l’Italia, quando, per i calciatori azzurri, non era ancora così frequente andare a giocare all’estero. Valencia, Manchester, Montreal: è un’esperienza che consiglierebbe? “Assolutamente sì. Mi ha dato la possibilità di conoscere realtà nuove, ho imparato due lingue e soprattutto mi ha fornito un materiale quasi infinito. Ora da allenatore posso mischiare quanto di buono ho trovato nel calcio italiano, inglese e spagnolo. è una grande fonte di arricchimento”.

E dell’esperienza al City prima che arrivassero gli sceicchi cosa ricorda? “Fu fantastica. Squadra inglese, tecnico inglese, nemmeno un italiano. All’inizio fui in grande difficoltà: i ritmi e gli allenamenti erano molto lontani dagli standard nostrani. Così come l’alimentazione… Quello era un calcio vecchie maniere che però mi ha ricordato ancora una volta che come ti alleni, giochi. Se non hai l’intensità giusta negli allenamenti, non puoi averla nemmeno in partita”.

Ha giocato nel Montreal Impact: il calcio americano riuscirà finalmente ad affermarsi? “Non lo so. Hanno strutture e tanta voglia di fare ma memori dell’esperienza Cosmos di diversi anni fa, quando arrivarono campioni indiscussi ma tante squadre fallirono, ora sono attenti a tutto. Cercano di bilanciare il più possibile, monitorano gli investimenti. Ma il calcio è un’azienda e come tale ha bisogno di gente che metta soldi”.

Sicuramente in Inghilterra o in America non vedremo mai episodi di violenza sugli arbitri come invece sta accadendo spesso, purtroppo, specie qui nel Lazio… “E sempre successo. Magari prima era meno pubblicizzato ora invece la mediacità del mondo del calcio ce lo fa sapere subito e nei minimi dettagli. è una questione culturale: occorre cambiare l’approccio al mondo del calcio a partire dai genitori. A volte penso che la Scuola Calcio andrebbe fatta a loro invece che ai figli”.
Corradi con la sua compagna la showgirl Elena Santarelli

Facciamo un salto indietro nel tempo: ha avuto la carriera che si aspettava? Nel gioco delle sliding doors, crede di aver fatto tutte le scelte giuste? “Ho fatto il liceo classico: ho studiato. Non pensavo che il calcio potesse essere la mia vita. Poi ho avuto un percorso un po’ anomalo: la Serie D, la C2. Come potevo immaginare che nel 2003, addirittura, avrei indossato la maglia azzurra? La vita è fatta di scelte, piena di bivi. Devo dire che sono stato abbastanza fortunato. Quando giocavo in Serie C, ad esempio, venni convocato dalla Nazionale di categoria. Il presidente non mi fece rispondere alla chiamata e non mi disse nulla. Lo scoprii da solo: feci il diavolo a quattro per partire e riuscii a partecipare alla seconda partita di quel raduno. Il centravanti titolare si fece male e toccò a me giocare. Feci doppietta: mi acquistò il Cagliari. Probabilmente se non mi fossi battuto tantissimo per partire non sarei finito a giocare in Serie A. Quando lasciai Cagliari, invece, avevo due strade davanti a me: giocare nel Chievo a metà con l’Inter oppure giocare col Genoa a metà con la Roma. Scelsi il Veneto: il resto lo conoscete tutti…". 

Ci sarà qualcosa di cui si pente… “Ripensandoci, forse avrei dovuto aspettare un po’ di più prima di partire per la Spagna. Ero nel pieno della mia carriera, avevo 28 anni ed ero reduce da un Europeo. Alla fine, però, la cessione mia e di Fiore permise alla Lazio di risanare un debito importante. Ho restituito qualcosa alla squadra che mi ha permesso di raggiungere la Nazionale”. 

Chiuda gli occhi: riesce a fotografare il momento più alto della sua carriera? “L’esordio con l’Italia. A casa di mia mamma c’è una mia foto: un primo piano durante l’inno. Avevo la faccia del bambino che pensa: guarda dove sono capitato! E qui torniamo al discorso secondo il quale ai ragazzi di oggi manca un po’ il senso di giocare al calcio solo per il gusto di farlo. Ora ci sono i procuratori, i soldi, Instagram. Qualche tempo fa Daniele De Rossi ha raccontato di come i giovani, rientrando nello spogliatoio dopo una partita, la prima cosa che fanno è quella di controllare il telefonino. Lo capisco e rabbrividisco con lui. Noi apparteniamo ad un altro calcio”.

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