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l'intervista

Rizzitelli: "I tecnici delle giovanili pensano alla carriera"

L'ex bomber della Roma a tutto tondo sul mondo del calcio. E anche con i procuratori non ci va tenero...

28 Gennaio 2019

Rizzitelli: "I tecnici delle giovanili pensano alla carriera"

Le maglie di lana, numerate dall’uno all’undici. Le gare alle 14.30, il panino con la frittata e il caffè Borghetti. Il sole, le tribune che traboccano, i colori che ti accecano. E una sola lunga nenia che, come un canto di battaglia, nasce dalla pancia dell’Olimpico, piano, quasi ignorata, per diventare un boato irresistibile. “Rizzi-Rizzi-Rizzi-Rizzitelli gol, oooooh Rizzitelli”. Ruggiero (bomber vero) giocando a calcio ha attraversato il tempo e lo spazio: gli anni 80, i 90 e le pay per view. Il cuore frantumato e l’approdo al Torino, il trasferimento all’estero (primo italiano in Bundes) e il ritorno a casa perché ai sentimenti non si comanda: la sua Roma stava per vincere il terzo Scudetto. In un’intervista esclusiva a Gazzetta Regionale, Rizzitelli si racconta nello stesso modo in cui correva dietro a una palla: senza risparmiarsi. I suoi ricordi da calciatore, la sua sfortuna e la sua idiosincrasia ai compromessi. Sono passati anni ma la cosa non cambia, non lo vedrete mai fare l’allenatore: “Non ho la testa giusta”. Meglio stare davanti a una telecamera, così da dispensare sorrisi e ottime considerazioni. 

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Pensi a Rizzitelli e ti viene in mente uno striscione: “Ruggiero bomber vero”.  “Un’emozione gigante. Con i tifosi giallorossi c’è sempre stato un rapporto speciale. Prima lo esposero a Trigoria poi all’Olimpico. Che meraviglia!”


Anche lei, come Di Bartolomei, Giannini, Totti e De Rossi, quando entrava in campo si guardava sempre prima a destra alla ricerca di un qualcosa di amico? "Certo. In più quando ho cominciato a poter dire la mia nello spogliatoio, chiedevo agli allenatori di poter raggiungere lo stadio con qualche minuto di anticipo. Adoravo guardare le tribune man mano che si riempivano: mi nutrivo di quelle emozioni, traevo energia e adrenalina. Ottimo carburante per la partita”. 


È questo il problema del calcio moderno? Ha perso le emozioni? “Credo di sì. Le distanze si sono ampliate in maniera irreversibile. Quando anni fa si parlava di famiglia, si utilizzava il termine giusto. Tifosi, giocatori, presidenti, addetti ai lavori: si era veramente una cosa sola. Si soffriva insieme e si gioiva, soprattutto, insieme. Non è colpa dei giocatori: è il business che sta avendo il sopravvento sulla passione”. 


Di sentimento in sentimento quando si è innamorato della Roma? “Da ragazzino, a Cesena. Vivevo con altri ragazzi, tutti tifosi romanisti sfegatati. Tra questi c’era Nippo Nappi: non si faceva altro che parlare della Roma. Quando il presidente Viola mi comprò, ero tifoso già da diversi anni”. 


La Roma fu una scelta? “Sì, del mio presidente Lugaresi (ex patron del Cesena, scomparso nel 2010 ndr). Ero reduce da alcune buone stagioni ed ero stato convocato per gli Europei del 1988 in Germania. Avevo tre squadre dietro: la Juventus, il Napoli e la Roma. Sembrava tutto fatto con i bianconeri quando Viola si inserì. Mi avrebbe pagato in contanti. Boniperti, invece, offriva anche giocatori in contropartita. Fu l’inizio di una splendida storia d’amore"


211 presenze e 55 gol, qual è quello che ricorda con maggiore affetto?  "Il pareggio al derby. Arrivò al 90’ e fu una liberazione: per me prima di tutto e poi per i tifosi. Già pensavo al dolore del giorno dopo..."


A proposito di dolori: peggio la finale di Uefa del ’91 o quella di Coppa Italia del ’93? “L’Inter, senza dubbio. Ci tenevamo tantissimo a quel trofeo: volevamo regalarlo al presidente Viola scomparso qualche mese prima”


La gara finì 1-0 con un suo gol all’85’ (l’Inter aveva vinto l’andata a San Siro 2-0 ndr). E pensare che nei primi minuti aveva preso anche un palo… “Che sfortuna: sarebbe cambiata la partita. I pali, in effetti, mi hanno un po’ perseguitato. Ricordo anche quello con la maglia della Nazionale contro la Russia, sempre nel ’91. Fosse entrato quel pallone la storia del calcio italiano sarebbe cambiata: saremmo andati agli Europei del ’92, Sacchi non sarebbe arrivato, Vicini sarebbe rimasto e noi della vecchia guardia con lui”

Rizzitelli ai tempi della Roma


Sei stagioni meravigliose in giallorosso e poi il passaggio al Torino. “Mi spezzai il cuore da solo: non andavo d’accordo con Mazzone e dopo il primo anno, uno dei due doveva andare via. Scelsi di lasciare ma mi presi la mia rivincita: alla prima esperienza col Toro feci 20 gol”.


Poi l’avventura tedesca. “Fui il primo italiano ad approdare in Germania: mi convinse Trapattoni. Non ero chiaramente preoccupato dal club, come si fa a dire no al Bayern Monaco? Mi dava pensiero il tipo di vita, il cibo, il clima. Nemmeno potevo chiedere a qualcun altro! Alla fine vinse l’entusiasmo del Trap e a conti fatti, posso dire che feci una scelta maiuscola. Grandissima esperienza”.


Si intuiva che la Germania potesse arrivare ai vertici del calcio mondiale? “Sì, sono stati lungimiranti. Dopo aver vinto il Mondiale del 1990, capirono che la generazione dei grandissimi come Voeller, Klinsmann, Matthaus stava per smettere. Quindi imposero alle società di investire il 40% dei loro ricavi sui Settori Giovanili. I risultati si sono visti”.


Piacenza e il ritorno a casa a Cesena, per altro in una stagione particolare: 2000-2001. “Quella del terzo Scudetto della Roma (ride ndr). Non potevo perdermi l’ultima col Parma all’Olimpico. Ero con mio figlio in tribuna: fantastico”.


Ha mai pensato di fare l’allenatore? “No, troppi compromessi. Non ho la testa adatta”.


Quanto è cambiato il settore giovanile negli anni? “Tantissimo. Ma chi ha perso tanto sono i tecnici. Mi spiego: una volta esistevano allenatori che si concentravano solo sulla crescita dei ragazzi. Ora una panchina di una squadra giovanile è vista come rampa di lancio, gavetta per fare carriera. Nessuno si trattiene quell’ora in più

per migliorare i fondamentali, applicarsi in quello che gli riesce peggio. Questo alla lunga fa la differenza. E infatti"

Dove si è perso il calcio italiano? “Non si crede più nei giovani. Si vogliono giocatori fatti, molti stranieri. La Federazione deve intervenire: chiedere investimenti, mettere dei limiti all’impiego di giocatori di altra nazionalità. Almeno nelle giovanili”.

Le seconde squadre possono essere una soluzione? “Non credo. I ragazzi devono cambiare aria, lasciare casa, scontrarsi con lo spogliatoio, diventare grandi. Se trasferisci una squadra giovanile in un campionato diverso non cambiano le dinamiche interne. I vecchietti in un collettivo sono importanti: ti fanno capire che bisogna lottare per portarsi a casa la pagnotta”
Rizzitelli con la maglia azzurra

Passiamo all’attualità: la Roma altalenante di Eusebio Di Francesco ha davvero problemi di personalità? “La Roma ha le palle. Prendi uno dei giocatori più importanti del momento: Nicolò Zaniolo. All’Inter avrebbe giocato? Mai. La forza di Di Francesco non sta nell’aver scommesso su questo talento, lasciando partire un campione come Nainggolan, ma nell’avere il coraggio di metterlo in campo. Zaniolo ora sta facendo benissimo ma sta a noi tutelarlo: arriverà un momento in cui sbaglierà qualche partita. Lì dovremo stargli vicini, essere comprensivi”.

Che sta succedendo a Dzeko? “E’ in un momento no. Tornerà a fare gol e sarà un bene soprattutto per la Roma”

A Schick serviva il mental coach? “Ogni aiuto è ben accolto ma credo che alla fi ne, la differenza, la facciano le prestazioni e i gol. E ora Patrik ha trovato un po’ di continuità”

La Juventus è la squadra più forte d’Europa? “Ancora no ma con Ronaldo può fare il salto di qualità”.

E della polemica De Laurentiis-Frosinone, che ne pensa? “Non voglio commentare. Dico solo che le big dovrebbero ringraziare le piccole”

Come avrà letto, nel Lazio stanno aumentando gli episodi di violenza contro gli arbitri. Idee per frenare questo fenomeno? “La testa marcia c’è sempre stata. Una volta si aveva paura degli arbitri, ora è il contrario. La deriva mi spaventa”

E se le dico la parola “procuratore”? “Che brutta categoria. Come in tutte le cose, ci sono bravi professionisti e cattivi professionisti. Ma non si può vedere qualcuno che ha in procura 20-30 ragazzini che non superano i 14 anni. Di nuovo dovrebbe intervenire la Federazione mettendo un limite di età alla fi rma di un contratto. La verità è che i bambini con qualità non sono più visti così dai genitori: diventano assegni circolari che possono cambiare il loro futuro”.

Chiudiamo scattando una fotografia della sua carriera: quale momento immortala? “Ho tredici anni e sono alla stazione di Lecce. Ho la valigia in mano e le lacrime agli occhi: saluto tutti e vado a Cesena per fare il calciatore. Ero spaventatissimo, davvero non sapevo che fine avrei fatto. Alla fine non è andata così male, no?”.


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