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Da "fortunati" a contadini: il Frosinone resta orgoglio ciociaro

Dal celebre caso di Giulianova nel 1994 all'ultimo sfottò esagerato su un blog doriano. I leoni si scoprono scomodi e vincenti. La salvezza dei miracoli da chimera a grande possibilità

13 Febbraio 2019

Ciofani e Ciano esultano al "Ferraris"

Ciofani e Ciano esultano al "Ferraris"

Ciofani e Ciano esultano al "Ferraris"

"Ale, ale, ale, ale oh Frosinone siamo noi". "Noi siamo Razza Ciociara".  Provate a entrare una volta allo "Stirpe" e respirerete l'atmosfera di un vero stadio di Serie A. Di un popolo passato dall'anonimato e gli inferi dei campi di provincia, alle cattedrali del calcio professionistico. Taurisano, Bojano, Termoli, Galatina, Altamura, il derby a Ceccano: in un ventennio i canarini hanno rimosso la polvere, sono diventati leoni e si divertono a viaggiare per l'Italia. La squadra, insieme ai tifosi. Nella buona e nella cattiva sorte. Quanti l'hanno sempre seguita non dimenticano da dove sono partiti e vivono ogni volta un nuovo miracolo, nonostante gli sfottò e la discriminazione culturale scelta come valvola di sfogo dai supporters avversari dopo le sconfitte.


La "fortuna" di Giulianova e i contadini sul trattore di Genova

Stadio "Rubens Fadini" di Giulianova, 24 Aprile 1994: si affrontano il Giulianova e il Frosinone. La gara in questione, terminata 2-2 con rete del divenuto celebre Pugnitopo in pieno recupero, risulta decisiva per la promozione in Serie C1. Diventa famosissima e arriva alle cronache nazionali non per il risultato del campo. Il match diventa virale per la telecronaca di Francesco Marcozzi, puntualmente ripresa dalla Gialappa’s Band in Mai Dire Gol. "Una iella scarogna di tutti i colori. La difesa del Frosinone è stata fortunata. Il portiere culone. Frosinone Culone", esilarante il commento del cronista abruzzese. Una reazione, uno sfottò simpatico, frutto dell'istinto di un paroliere per episodi fortunosi e veramente incredibili. Di tutto altro tenore quelli postati e poi rimossi da un blog della Sampdoria che ha tirato in ballo le origini da agricoltori dei ciociari, noti nella storia per essere cresciuti nella terra del lavoro e dell'artigianato. Ma ormai la società di Maurizio Stirpe ha l'abitudine a subire questi epiteti: da Lotito a De Laurentiis che hanno accusato i giallazzurri di non attirare l'attenzione mediatica e di nuocere alla crescita del brand Serie A.


Oltre la tigna, oltre i limiti

Avviene tutto il contrario. Sarà per la tigna ciociara, tramandata dalla leggendaria vicenda di un soldato coraggioso che nella Prima Guerra Mondiale ha difeso la Patria: la compagnia di artiglieri Custoza sta cercando da quasi un anno di conquistare la collinetta di San Federico. Seduto in trincea, con la testa bassa, un ragazzo di vent’anni, di carnagione scura, taciturno. Si chiama Sisto Silverio Gori, ed è di un piccolo borgo di campagna tra Alatri e Frosinone, dei cui due patroni porta il nome. Una mattina la nebbia si dirada, Sisto Silverio alza la testa e senza alcun ordine con il suo fucile, con la baionetta, esce dalla trincea. Inizia ad urlare e a sparare. Quindici minuti dopo pianta la baionetta sulla cima di San Federico, dopo aver ammazzato, da solo, 200 nemici, di cui gli ultimi 50 in un corpo a corpo all’arma bianca. Il comandante della compagnia lo propone immediatamente per la medaglia d’oro e proprio sopra la cima della collinetta il generale sta per appuntargli la medaglia: “Soldato, siamo fieri di te. Ma dicci, perché l’hai fatto? Per i tuoi commilitoni morti?" "No". "Per l’Italia?" "No". "Per la bandiera?” “No”. “Per vendetta?” "No”. “E allora perché?”  “Pe’ tigna!” Sarà perché non mollano mai e con Baroni iniziano seriamente a credere in un'impresa di quelle epiche, da tramandare. Come quelle volte a Taurisano, Galatina e Altamura. Lì, dove il Frosinone è diventato grande e ha costruito una storia e uno stadio. Con un boato da mettere i brividi. Per tigna. A tutti.




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