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Savio
17 Luglio 2015
E' un gradito ritorno. Prima di tutto
in termini prettamente sportivi, visto che lo spettacolo offerto
dalla sua Lodigiani tre stagioni fa ancora è vivo nei nostri
pensieri. Ma anche dal punto di vista squisitamente giornalistico,
perché Diego Bartoli, passato a sorpresa dalla Roma al Savio, non è
un tecnico scontato né quando allena, né quando parla. La
testimonianza in questa intervista, realizzata pochi giorni dopo
l'ufficializzazione del suo accordo con il blasonato club di via Norma. Tanta voglia di
rimettersi in gioco in un campionato “vero” dopo due anni
trascorsi nella scuola calcio giallorossa, tanta voglia di
trasmettere i suoi principi ai 2001 biancoblu, che dovranno difendere
lo scudetto conquistato dai 2000 con Eros Guglielmo in panchina poche
settimane fa a Cortona. Un'eredità pesante, ma
nessuna paura. Perché nel calcio serve convinzione in quel che si
fa. Altrimenti la strada inizia già in salita. E lui è convinto di tre
punti fondamentali: “valori, credenze e didattica”.
Tutto ci aspettavamo tranne che
ritrovarti su una panchina dei Giovanissimi Elite dopo il tuo
passaggio alla Roma: come nasce l'idea Savio?
“Nasce perché il Savio mi ha
presentato un progetto stimolante, accattivante, che era quello di
cui avevo bisogno adesso. La scelta della Roma è stata fatta
in un momento importante del mio percorso professionale, una
gratificazione arrivata dopo anni di lavoro e sacrifici, ma sentivo
il bisogno di rimettermi in gioco con fasce di età diverse. Non che
a Trigoria abbia avuto dei problemi, ma il progetto era a medio lungo
termine e per ora improntato verso la scuola calcio. Volevo
nuovi stimoli ed eccomi qua”.
Cosa ti porti via dall'esperienza in
giallorosso?
“Sicuramente l'ambiente
professionistico ti esalta, ti fa percepire quelli che sono i lati
positivi di fare calcio in un certo modo. Le prospettive, le
ambizioni e la professionalità sono caratteristiche che vengono
messe in primo piano. Detto questo l'accordo con il Savio non è un
passo indietro, ma piuttosto portare avanti un percorso di
crescita verso i miei obiettivi personali. Nella vita bisogna
perseguire quello che ci piace. Dal mio punto di vista l'ambizione
quotidiana deve essere superiore all'obiettivo a lungo termine”.
Che resta comunque sempre lo
stesso.
“L'obiettivo è quello di tornare ad
allenare di nuovo tra i professionisti, per questo motivo ho scelto
il Savio. Per ripropormi in un contesto più agonistico e meno
formativo”.
Per ripartire ti sei preso una bella
responsabilità. L'eredità lasciata da Guglielmo è la più pesante
e nell'ambiente si parla di un gruppo 2001 addirittura più
talentuoso di quello della stagione appena conclusa.
“Così mi dicono. Il gruppo non lo
conosco benissimo, molti elementi sì, ma non tutti. In questo
momento era comunque quello di cui avevo bisogno. Uno stimolo forte,
fatto anche di pressione positiva. Ne ho parlato con il presidente e
ci siamo trovati subito d'accordo. Voglio ritrovare quella
soddisfazione quotidiana che alimenta la mia voglia di raggiungere il
mio obiettivo finale”.
Che ambiente hai trovato qui in via Norma? E che presidente? Paolo Fiorentini è un personaggio molto particolare in un mondo come quello del calcio.
“Fino ad oggi non conoscevo il presidente, ci siamo parlati schiettamente e devo ammettere che da avversari non c'era una grande simpatia (ride, ndr). Poi ho conosciuto una persona competente, esperta e soprattutto con grandi valori. E parlo di valori a trecentosessanta gradi, che partono dal piano umano e di conseguenza si ripropongono in campo. Ho trovato un ambiente naturalmente entusiasta, che proprio sulle ali dell'entusiasmo vuole ripetersi. E' una grandissima sfida”.
La tua Lodigiani è stata una delle più
belle squadre ammirate nel calcio giovanile negli ultimi anni. Come
si riesce a combaciare la crescita di un ragazzo con le esigenze di
una società così ambiziosa?
“E' un'ulteriore sfida ed è proprio
questo che mi è mancato in questi ultimi anni: dimostrare qual'era
la mia idea di gioco. In un contesto professionistico non ne ho
avuto la possibilità, ma sono convinto che si possano coniugare la
vittoria, la formazione e lo spettacolo, che in fondo non è che la
somma delle prime due cose. Certo, servono credenze importanti, si
deve avere anche la capacità di sognare e si deve combattere. Perché
la maggior parte del mondo calcistico crede che questo non sia
possibile”.
In passato con la tua Lodigiani ce l'hai fatta.
“Sì, una testimonianza
che vincere giocando bene è possibile. Qualche giorno fa abbiamo organizzato il Memorial
in onore di Alessio Galvani, vittima di un tragico incidente stradale e che faceva parte di quel gruppo. Molte
persone ti rimproverano di non aver vinto il titolo in quel momento,
ma di quella rosa quest'anno cinque ragazzi si sono laureati campioni
d'Italia con il San Cesareo, due con la Vigor Perconti. Secondo me
per chi fa settore giovanile queste sono vittorie. Questa è un
ragionamento che dovrebbe entrare nella testa dei dirigenti, anche
perché una società giovanile lavora per quello. Lo scudetto del
Savio, fondamentalmente, serve per portare alla luce il lavoro della società”.
C'è un tecnico che nelle giovanili è
riuscito a coniugare formazione e vittorie?
“Sì, Massimo Augusto, ex Futbolclub
che ha firmato per la Sampdoria. Ha iniziato con me alla Lodigiani,
abbiamo collaborato e secondo me in questo anno e mezzo con la sua
squadra ha coniugato bel calcio e risultati. Alla Roma, invece, sia
Coppitelli che Muzzi mi hanno molto impressionato”.
Invece tra i “big”? Quali sono i
tuoi modelli ispiratori?
“Quelli che innovano. Il meglio sta
sempre nel passato: esistono allenatori sempre più attuali
nonostante il tempo passi. Non credo a chi dice che nel calcio non
serve inventare nulla, ma penso che sia già stato inventato molto.
Ti faccio quattro nomi: Bielsa, Van Gaal, Guardiola e Sacchi. Sono
quelli che hanno cambiato il gioco. Su tutti però Guardiola. É
riuscito a fare Capello tramite Zeman. Chi riesce ad insegnare quello
in cui si crede è un grande allenatore”.
Hai parlato di valori. Nel calcio uno
dei valori più importanti è senza dubbio l'unione di intenti. Come
si stabilisce un'empatia del genere con ragazzi di quattordici,
quindi anni?
“Bisogna riuscire a capire come si
deve comunicare con ognuno di loro. A trecentosessanta gradi. Sento
sempre parlare per luoghi comuni, sento spesso utilizzare sempre le
stesse frasi. La chiave è trovare il modo giusto di entrare nelle loro teste, fargli capire che la bellezza di
quello che stanno facendo li aiuterà a raggiungere i loro sogni.
Renderli consapevoli che il sogno che perseguono è il sogno di tutti
i loro compagni e proprio per questo bisogna remare dalla stessa
parte”.
Quanto sei cambiato dalla Lodigiani a
oggi?
“Sicuramente il tempo ti fa crescere e penso di essere cresciuto molto. Ho eliminato il
superfluo, mantenendo comunque il focus su quelli che sono i miei principi di
gioco. Sono una persona molto curiosa, mi
aggiorno spesso, anche se in primo piano restano i fondamentali e i
valori. Valori, credenze e didattica: questo contraddistingue un tecnico. Oltre ad essere al posto giusto nel momento giusto: anche questo non guasta”.
E tu sei nel posto giusto al momento
giusto?
“Se non lo pensassi, non sarei qui”.
E noi non vediamo l'ora di vedere il
suo Savio all'opera. Ci sarà da divertirsi: garantito.
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