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L'intervista

Lodigiani, Marra: "Progetto unico, lanceremo molti giovani"

Parla il tecnico dai motivi che lo hanno spinto a lasciare il TdQ, alle prime sensazioni sul club della Borghesiana fino ai suoi piani per il futuro"

06 Agosto 2020

Emanuele Marra

Emanuele Marra

Emanuele Marra

Un giovane e rampante addetto ai lavori un giorno mi stava spiegando alcune dinamiche del mercato giovanile e mi disse: “Ti dico la verità: non c'è cosa più difficile di portare via un dirigente o un giocatore dal Tor di Quinto”. La motivazione è presto spiegaa ed è legata ovviamente all'incredibile personaggio di Massimo Testa, uno che ti coinvolge talmente tanto nella sua causa che non lo molli mai più. Capirete, quindi, l'incredulità di fronte alla notizia che Emanuele Marra, tecnico dell'Under 14 e dirigente legatissimo a via del Baiardo, sarebbe passato alla Lodigiani.


E subito ho pensato: “Ammazza che colpo!”. Emanuele dicci subito il colpevole. E' stato Melfa a convincerti?

(ride, ndr) “Veramente la colpa va suddivisa tra due persone...”.


Fai i nomi...

"Il primo, sì, ovviamente è Patrizio Melfa. Però ammetto che anche Diego Bartoli ha giocato un ruolo importante. Entrambi per motivi diversi chiaramente, ma che mi hanno confermato la bontà di questo progetto e della sua unicità”.


Mi sembra di capire che vi siete trovati sin da subito.

“Con Bartoli ci siamo confrontati sull'aspetto tecnico-metodologico per pochi minuti e sembrava avessimo lavorato insieme negli ultimi 20 anni. Eravamo d'accordo su tutto. Il direttore Melfa invece ha una sensibilià ed una cultura fuori dal comune. Lui ci sta supportando in pieno e non è così scontato che chi gestisce una società capisca l'importanza di attuare alcune metodologie di lavoro”.


Il tuo passaggio dal Tor di Quinto ha fatto discutere molto. Cosa non ti ha convinto del progetto TdQ?

“Per me Tor di Quinto è una seconda casa e sarà sempre così. Penso però che ognuno di noi nella vita vuole crescere e migliorare facendo nuove esperienze. Sono in un altro club, ma il TdQ rimane come una famiglia”.


In molti pensano che tu sia l'emblema della nuova linea verde della Lodigiani e questo fa nascere tante aspettative. Sei pronto?

“In realtà le aspettative non sono un problema. Anche il fatto di stare sotto ai riflettori, dopo un po' ci si abitua. Però voglio specificare che qui alla Lodigiani non c'è questo tipo di pressione. Noi in accordo con il club abbiamo l'obiettivo di formare calciatori per i professionisti. Se non vinco il campionato non è detto che non arriviamo a questo scopo. Poi è naturale: più miglioriamo i miei calciatori maggiori saranno le possibilià di vincere”.


Dopo l'U14 al Tor di Quinto, quest'anno guiderai l'Under 15. Un'altra categoria delicata.

“A mio giudizio l'Under 14 resta la categoria più delicata perché vai a prendere un gruppo che non ha mai giocato a 11. E' come se cambiassero sport per loro. Nell'Under 15 ci sono altre variabili. I ragazzi cambianofisicamente e bisogna far maturare in loro la consapevolezza del proprio corpo. Quello che non gli riusciva nemmeno una vola lo scorso anno, adesso possono farlo”.


Nella passaa stagione hai ritrovato il settore giovanile laziale a distanza di molti anni. Era come te l'aspettavi in termini di qualità?

“In generale purtroppo si registra un livello più basso rispetto agli anni passati. Nonostante questo, però, il Lazio si conferma sempre tra le top in Italia”.


Una volta i ragazzi erano per strada a giocare, ora sono sui social network...

“Esattamente. Prima avevano la testa bassa per guardare il pallone. Adesso lo fanno con i cellulari o con la Playstation. Molti dicono che non ci sono più talenti, ma non si tratta della qualità dei giocatori. Purtroppo il problema è che i ragazzi passano meno tempo a giocare e migliorare. C'è meno cultura del lavoro”.


So che questo è un punto al quale tieni molto.

“Sì e ti spiego anche perché. Ho avuto la fortuna di allenare come preparatore atletico tanti giocatori ai massimi livelli. Se mi chiedi “Basta soltanto il talento per arrivare in Serie A?” ti rispondo subito: no”.


Serve la cultura del lavoro.

“Ma certo, ci vuole il lavoro quotidiano, giorno per giorno. Si può migliorare molto con l'allenamento e diventare professionista acquisendo quelle capacità che magari madre natura non ti ha dato fin dall'inizio. Poi, certo, averetalento significa velocizzare questo processo di crescita ma vi assicuro che ho visto tantissimi calciatori di qualià che non sono arrivati in Serie A per mancanza di applicazione nel quotidiano"


Preparatore, ora tecnico, qualcuno ti vedrebbe bene anche come responsabile di una scuola calcio. Ti piacerebbe stare dietro ad una scrivania?

“Sinceramente in futuro mi piacerebbe ricoprire questa carica, non lo nego. Per adesso, però, mi voglio divertire sul campo. Quell'emozione la scrivania ancora non me la dà...”.

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