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Frosinone, l'ora del rehab: oltre il derby di Carincilandia

Il peso del risultato e il peso del gioco. Due universi contrapposti. I ciociari sono usciti con molte certezze da Trigoria e il percorso continua

03 Marzo 2020

Lorenzo Carinci a fine derby ©Torrisi

Lorenzo Carinci a fine derby ©Torrisi

Lorenzo Carinci a fine derby ©Torrisi

Una partita non cambia la storia. Ci sono percorsi lineari, forti di un'idea costruita nel tempo. E se perdi e alla fine gli applausi di una parte dello stadio sono per te che hai messo in campo il possibile e immaginabile per provare a vincere, è un segnale forte che può farti salire sul pullman verso casa sereno, orgoglioso. In pace con te stesso. Qualcuno ragionerà con la famosissima filosofia del "corto muso" di Max Allegri, strategia che nell'ippica regala la vittoria per questione di centimetri. Ma il derby di domenica tra Roma e Frosinone ha riservato l'ennesima lezione ai giovanissimi che muovono i primi passi nello sport professionistico: i verdetti contano e allo stesso tempo non sono tutto. I ciociari hanno perso per la terza volta in stagione a Trigoria, rimanendo comunque secondi e a +4 sui giallorossi. Un match dove Eolo - in maniera panottica - ha deciso concretamente e con ardire metafisico che le proprie spire dovessero affievolire l'entusiasmo di Carincilandia che ha avuto il merito di costringere la Roma al traccheggio finale in direzione dei tre punti.


Il risultato? Un colossale bluff

Tristan Tzara, quando insieme ad altri colleghi pubblicò il manifesto dadaista, scrisse una frase memorabile: dada non significa nulla. Gli haters e gli oppositori della filosofia giochista diranno: "Sì, ma al calcio si gioca per vincere". Tesi accettabile e come qualsiasi altra, confutabile. Vi cito un altro guru, stavolta più vicino al nostro mondo: "La linea tra vincere e perdere è molto sottile. La gente ancora pensa che l'allenatore che vince sia un genio e quello che perde è un disastro. E non funziona così". Chi l'ha detto? Uno che ha vinto giusto due Champions League, tre Supercoppe Europee, tre Mondiali per club ed è stato eletto svariate volte "Coach of the year". In sintesi, Pep Guardiola. Il Frosinone in un match, sul piano tecnico non indimenticabile, ha pagato la classica episodica che gira dal verso contrario. E il sentiment del postpartita è stato un misto tra soddisfazione e delusione per i ragazzi, a fronte di una prestazione che ha lasciato spunti positivi ai leoncini. Carinci ha mancato l'ennesima impresa a Trigoria e nel complesso contro la Roma, ma il percorso non cambia di una virgola. Migliorarsi, avere motivazioni e la consapevolezza che da qui a maggio ogni partita avrà insidie e il lavoro pagherà sempre e comunque. Magari il tecnico ciociaro un giorno sul tablet farà vedere a Cipolla e compagni il film vincitore dell'Oscar, Parasite, che a un certo punto impartisce una lezione di vita: "Sai qual è il piano che non fallisce mai? Non averne uno. Sai perché? Se ne escogiti uno, la vita non andrà mai a quel modo". L'importante è avere un piano e allo stesso tempo sapere che poi un soffio di vento può scompaginarti il destino. Si vince solo rischiando di perdere tantissimo. E il Frosinone, realtà limpida e cristallina, attacca la spilla sul prossimo manifesto. Perugia is coming. 

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