Cerca
La notizia
11 Agosto 2015
“La situazione economica di ATAC
è grave, più del previsto. Abbiamo trovato un’azienda gestita senza criteri
manageriali, che ha pregiudicato i suoi conti con operazioni economiche e
investimenti sbagliati, senza rispettare la sua missione di servizio pubblico
di trasporti. La nostra Giunta vuole una città che funziona e accoglie, con
servizi efficienti in grado di migliorare la qualità di vita delle persone. Per
questo motivo abbiamo deciso di cambiare rotta e rinnovare il Cda e l’ad di
ATAC”. Era il 23 luglio del 2013 quando il neo eletto Sindaco Ignazio Marino si
esprimeva in questi termini sulla azienda pubblica dei trasporti romani. Da
allora la situazione non solo sembra essersi cristallizzata, ma anzi se qualche
cambiamento si è avuto, è stato in peius. A dirlo è ancora lo stesso Sindaco di
Roma che esattamente due anni dopo queste parole è tornato sull’argomento ATAC
spiegando come ci sia “una situazione drammatica dei trasporti nella Capitale,
per qualità del servizio e tenuta finanziaria” per la quale serve “un immediato
cambiamento di rotta e l'ammissione dell'insufficienza del lavoro fatto”.

Una
società in rosso. Per capire il perché di una situazione al limite del
fallimento bisogna partire da una analisi del bilancio della azienda dei
trasporti romani. Il rendiconto del 2014 non è ancora stato reso pubblico,
eppure si possono fare alcune considerazione partendo dal dato - citato dal Direttore Generale di ATAC, Francesco Micheli – per il quale la società già quest’anno
“avrebbe potuto chiudere in pareggio”. Id est, i numeri segnano ancora una
tendenza negativa. Certo il rosso sarà di circa 100 milioni di euro – meno
rispetto al passato – ma sommando il passivo 2014 a quello degli anni
precedenti il debito degli ultimi dieci anni di ATAC si attesterà intorno agli
1,3 miliardi di euro. Inoltre, in questo contesto di rosso perenne, nel 2012 la
società è stata ricapitalizzata per un totale di un miliardo di euro: c’era una
emergenza liquidità risanata - in parte - con un investimento che oggi sembra non
essere più sufficiente a garantirne il futuro.
L’evasione
è un problema, non la soluzione. Il dato appena analizzato, diventa poi “drammatico”
– riprendendo l’aggettivo usato da Marino – se paragonato alle altre società di
trasporto pubblico comunali: per esempio il numero dei dipendenti ATAC si
attesta intorno ai 12.000 assunti che compongono la voce 550 milioni
sull’elenco del bilancio. A Milano invece – ATM – i dipendenti sono 9.000 con
una differenza di costi di circa il 22% in meno. Ma riprendendo Giovenale “quis custodiet ipsos custodes?”: perché se è
vero che il personale è stato “vittima” di aumenti incontrollati frutto di Parentopoli – che
secondo i giudici vide alcuni vertici dell’azienda “pilotare” assunzioni
ingiustificate – e di un largo sistema di corruttela e scambio di favori – “so
cose che se so sempre fatte” – è anche vero che spesso ad influire sul passivo
dell’azienda sono stati anche quei dirigenti capaci di chiedere consulenze
extra o di aumentare i premi annuali. Un danno oggi contestato dalla Corte dei
Conti che tramite la Procura Regionale per il Lazio “ha emesso un atto
di citazione per un danno presunto di 15.004.612,27 euro per illegittima
gestione delle modalità di assunzione del personale nell'azienda ATAC dovuta
alla mancanza di imparzialità e trasparenza nelle procedure di selezione e per
l'inammissibilità della chiamata diretta”. C’è poi il capitolo “portoghesi”: a
Roma l’evasione è un problema, certo, ma non costituisce la causa primaria della
situazione: nel 2013, ad esempio, l’utile generato dalla bigliettazione si
attestava sui 270 milioni di euro, una cifra che si avvicina ai al 20% dei
costi totali dell’azienda. La stima legata a questi numeri porta a calcolare come pur piegando il fenomeno abusivo, l’ATAC riuscirebbe a recuperare un
massimo di 70 milioni di euro annui. Un numero non sufficiente a ridurre le
perdite e che spiega da solo come la freccia della soluzione debba puntare
ancora sulla voce costi e non su quella ricavi.
Mezzi
datati e manutenzione costosa. A questi dati bisogna aggiungere infine il
parco dei mezzi a disposizione della stessa ATAC che risulta - spesso – datato.
Ad esempio nella sezione degli autobus, il 60% delle vetture è in funzione da
10 anni, che considerando l’operatività media degli stessi che si attesta sui
12 anni, fa capire come questi mezzi siano ormai arrivati alla fine della loro
funzione. Con l’aggravante – richiamata anche da Christian Rosso nel suo video
denuncia – che ad un mezzo "anziano" corrisponde una maggiore manutenzione che
grava – oltre che sulle spese della azienda – anche sulla circolazione dei
veicoli stessi, rallentando un servizio al limite del collasso. La situazione
resta quindi drammatica e se Marino - o chi per lui – riuscisse a sciogliere
questo nodo gordiano verrebbe ricordato fra i busti della Roma imperiale
accanto a quelli di Cesare e Augusto. Ad oggi il piano di rientro del Campidoglio prevede che entro il 2016 l’azienda
debba tornare in attivo: per fare questo si stanno valutando diverse ipotesi come le cessioni
di rimesse non più in uso come quella di Piazza Ragusa, ma anche
un ulteriore aumento del costo dei biglietti senza il quale - secondo Micheli –
“il bilancio soffrirà sempre”. Insomma, a Roma serve una soluzione alessandrina per risolvere un
problema che sta trascinando la Capitale verso il default, legandola indissolubilmente al
debito ATAC.
EDICOLA DIGITALE
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni