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il convegno
05 Luglio 2015
Cardinal Gianfranco Ravasi © family2012.com
Ci
sono situazioni in cui scrivere un articolo è molto meno complicato
del solito. Sono quelle occasioni in cui ti trovi di fronte ad un
evento eccezionale, ad un'impresa sportiva dai contorni epici, ad un
episodio che scuote in maniera perentoria l'opinione pubblica. Le
parole vengono da sole, trascinate dall'emozionalità del momento, e
il pezzo è servito. Lo stesso accade, in quei casi sempre più
straordinari, quando di fronte a te trovi un interlocutore speciale.
Un personaggio unico, con cui le domande non servono, i ritocchi alle
dichiarazioni non hanno motivo di esistere. Il Cardinale Gianfranco
Ravasi è uno di questi. Basta sedersi, ascoltare e trascrivere:
quando avrà finito di parlare ti accorgerai di essere cresciuto.
Umanamente e culturalmente, come è accaduto alla fortunata platea
che ha avuto modo di assistere al suo intervento alla LUMSA durante
il convegno “Nel cuore dello Sport. Se l'educazione fa centro”.
Descriverlo? Impossibile, nessun aggettivo renderebbe merito a quanto
udito. Così ci affidiamo alla semplice trascrizione letterale,
perché ogni commento risulterebbe superfluo. Un meraviglioso
parallelismo tra gioco, arte, sport, vita e religione che vi lasciamo
raccontare dalle sue parole.
“Dio
è sportivo” Tre semplici vocaboli che cambiano improvvisamente il
corso della tavola rotonda organizzata presso la sede di via di Porta
Castello. E' questo il passaggio chiave del discorso del Cardinale
che aveva esordito con la citazione dell'autore orientale Kazuko
Okakura, un brano tratto da “Lo Zen e la cerimonia del tè”:
“L'uomo
primordiale trascese la propria condizione di bruto offrendo la prima
ghirlanda alla sua fanciulla. Elevandosi al di sopra dei bisogni
naturali primitivi, egli si fece umano. Quando intuì l'uso che si
poteva fare dell'inutile, l'uomo fece il suo ingresso nel regno
dell'arte”. Questa, secondo Ravasi, è “forse la spiegazione
della reale evoluzione dell'uomo che mette da parte i suoi istinti
primordiali. Molte volte si spiega attraverso il mutamento fisico,
invece magari sta tutto qui. Il gioco è fratello dell'arte e per
molti aspetti anche della religione. Se voglio rappresentare Dio devo
partire da me stesso e portarlo verso l'eterno. Dio, quando crea,
gioca. Quando vede qualcosa che esce dalle sue mani dice che è
bello. Quando crea l'uomo dice che è bellissimo. Viene rappresentato
come un artista che si abbandona a se stesso”. Una testimonianza di
questo «gioco divino» sta nel libro dei proverbi, che Ravasi cita
immediatamente dopo: “E' un canto bellissimo, che parla di un Dio
creatore che gioca e si diverte. Dio gioca, è uno sportivo”.
L'antropologia
e il gioco “Il lavoro è una delle espressioni fondamentali di
questo gioco – continua il Cardinale – Quando l'uomo è stato
posto da Dio sulla terra per custodirla, ha scoperto presto che per
realizzarsi deve creare, altrimenti si deprime, non sa cosa farsene
delle sue ore. Primo Levi, nel suo romanzo la Chiave a Stella,
recita: «l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di
pochi) costituisce la migliore approssimazione alla felicità sulla
terra». Vorrei ricordare anche un altro passo della Bibbia. Quando
gli ebrei esortano il faraone a liberarli, Mosé chiede di lasciar
partire il suo popolo per celebrare una festa nel deserto. Perché se
si è schiavi non si può giocare”. Uno sport che nei testi
cristiani appare prestissimo: “Uno dei primi sportivi è stato San
Paolo, che in un passo della prima lettera ai Corinzi scrive «Non
sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo
conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però
ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una
corona corruttibile, noi invece una incorruttibile. Io dunque corro,
ma non come chi è senza meta; faccio il pugilato, ma non come chi
batte l'aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in
schiavitù, perché non succeda che dopo avere predicato agli altri,
venga io stesso squalificato». Un linguaggio tecnico quello usato
dal patrono di Roma, perché «trattare duramente il mio corpo»
significa letteralmente colpire sotto gli occhi. Viene rappresentata
una dimensione che vede nello sport la possibilità di trasmettere
valori religiosi”.
La
chiusura L'intervento di Ravasi si avvia alla conclusione: “Tutte
le religioni considerano l'uomo libero, anche se non tutte in maniera
autentica, quindi hanno il concetto del peccato. Non sta a me fare
esempi di come il gioco spesso sfoci nel fanatismo, basti pensare che
nei dizionari prima esisteva la ludoterapia, ora c'è la ludopatia.
La libertà che diventa tifo, ma tifo frenetico. Una parola che nella
sua concezione originaria aveva un'accezione negativa: febbre che
acceca il corpo e che al giorno d'oggi degenera nella violenza, nel
doping e in tantissimi altri problemi”. Il finale è dedicato ad un
testo di Lutero che “non brilla per essere una persona che amasse
il divertimento, ma molto rigorosa e con un senso del peccato molto
forte. Nelle mie ricerche ho trovato un testo dove immagina la vita
eterna: «L’uomo
giocherà con il cielo e con la terra, giocherà col sole e con tutte
le creature. Tutte
le creature giocheranno anche loro, proveranno piacere immenso, una
gioia lirica e giocheranno con te Signore e tu a loro volta riderai
con loro, giocherai con loro”. Dio gioca, Dio è uno sportivo. Dopo
aver ascoltato il Cardinal Ravasi, lo sappiamo anche noi.
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