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l'intervista
08 Luglio 2015
Vincent Candela al Vianello con la maglietta dell'Associazione Trentadue © Gazzetta Regionale
Passi un giorno da via Norma e
intravedi Vincent Candela che sfida un gruppo di bambini innamorati
del calcio nel centrare la traversa dal limite dell'area. Ti avvicini
e scopri che no, non è un miraggio dovuto alle temperature quasi
africane che stanno caratterizzando l'estate romana. E' proprio lui,
l'esterno che per anni ha infiammato la Curva Sud facendo impazzire
il tifo di sponda giallorossa. Uno dei grandissimi protagonisti della
cavalcata scudetto della Roma 2001, ma anche campione del mondo e
d'Europa con la Francia nel '98 e 2000. Un fuoriclasse che a poco più
di quaranta anni ha ancora la stessa voglia di mettersi in gioco. Da
una parte con la sua associazione Onlus “Trentadue”, nome che
richiama il suo indimenticato numero di maglietta e che organizza
eventi in tantissimi sport organizzando incontri come il campus
attualmente in corso di svolgimento con la collaborazione del Savio.
Dall'altra aspettando la chiamata per la prima panchina, l'occasione
dopo aver conseguito il patentino UEFA. Perché il calcio è la sua
vita, ma la voglia di aiutare il prossimo, i più piccoli in questo
caso, è un valore che ha sempre fatto parte del suo modo di essere.
Vincent, appena appese le scarpe da
calcio al chiodo decidi immediatamente di dare una mano a questi
ragazzi per inseguire un sogno: da dove nasce questa idea?
“Non è esattamente un sogno, ma la
possibilità di fare sport. Per farglielo amare, perché secondo me
lo sport è importante nella vita in generale. Partendo da questo,
con il mio staff e la mia associazione, abbiamo deciso di aiutare
questi giovani in qualsiasi disciplina, non solo nel calcio. Oggi una
famiglia per pagare una rata deve fare molti sacrifici, diventa
difficile tirare fuori settecento euro. Noi possiamo aiutarli”.
Non è la prima volta che sei coinvolto
in iniziative benefiche.
“In vita mia ho sempre fatto
beneficenza. Tutti possiamo farla perché la beneficenza non sono
solamente soldi, ma anche semplicemente un sorriso, aiutare una
signora a portare la spesa. Oggi dopo un anno di attività con questa
fondazione riusciamo ad essere ancora più vicini a questi bambini.
Certo trovare i fondi è difficile, ma insieme a persone con lo
spirito giusto riusciamo ad aiutare un centinaio di piccoli atleti.
Chiaramente l'obiettivo è arrivare a mille, duemila bambini, il
prima possibile”.
La Trentadue che valori vuole
trasmettere?
“I miei valori, quelli che fanno
parte di me da quando sono nato. La libertà, il rispetto, la lealtà,
il senso di appartenenza. Molto spesso sento dire che il primo valore
è la famiglia. La famiglia non è un valore, è qualcosa di diverso.
La coerenza è un valore e noi facciamo il massimo con coerenza, che
è la cosa più dura. Con il mio staff vogliamo raggiungere questi
obiettivi”.
Oggi i ragazzi, anche quelli più
piccoli e attraverso internet, sono bombardati da notizie su scandali
che macchiano lo sport. Come si fa ad insegnare determinati valori in
un momento non certo semplice come quello attuale?
“A quel livello purtroppo è anche
business, è brutto da dire, ma ogni tanto qualcuno si dimentica di
determinati valori in nome degli affari. Noi però possiamo
insegnargli il bello del gioco, farli divertire, educarli a
rispettare il compagno e l'avversario. Questi piccoli non sono qua
per arrivare alla Roma o alla Juve, non è questo l'obiettivo.
L'obiettivo è la cultura sportiva, il fair play e amare la vita.
Quelle piccole cose che sono sempre più difficili da insegnare,
perché c'è esasperazione da parte delle società, dei genitori. Non
è facile e non basta sicuramente una settimana come questa,
serviranno anni. Diciamo che stiamo cominciando a piantare il seme
dentro questi bambini”.
Quanto è importante il coinvolgimento
di figure di campioni come te nel sociale?
“Sicuramente siamo avvantaggiati dal
punto di vista del richiamo e perché per i bambini siamo esempi,
quindi ben vengano i campioni nel sociale. Anche perché a questa età
ascoltano tutto quello che diciamo, osservano tutto quello che
facciamo, la loro attenzione è catturata maggiormente, domandano,
sono curiosi e anche tu impari da loro. L'importante è che una volta
raggiunto un buon risultato un progetto garantisca la continuità
necessaria per non vanificare tutto”.
Qual è la domanda che ti fanno più
spesso?
“Mi chiedono delle mie gioie quando
ho vinto, qualcuno è romanista e mi domanda dei gol alla Lazio, non
sono cose facili da spiegare (ride, ndr). Per loro vivere quelle
sensazioni è un sogno e alcuni hanno talento, davvero, ma devono
comprendere che le doti sono il dieci percento di un calciatore. Il
resto è sacrificio, rispetto, senso di appartenenza, voglia di
vincere, sono argomenti che affronto con loro ogni mattina. La voglia
di vincere magari non gliela nomino più di tanto, ma fa parte di me.
Non voglio perdere neanche con mio figlio sul prato di casa, così mi
giustifico dicendogli che anche con le sconfitte si cresce! (ride,
ndr)”.
Prima hai parlato di esasperazione dei
genitori, un male che attanaglia il calcio giovanile. Come pensi che
si possa risolvere un problema che continua a crescere di anno in
anno?
“Parlando, spiegando. Noi da sempre
organizziamo riunioni per spiegare che sono atteggiamenti che fanno
male ai loro ragazzi. Sui campi un bambino appena sbaglia si volta
verso il genitore, non va bene e non permette al piccolo di essere
spensierato quando gioca, di divertirsi. Devo dire che gli incontri
funzionano. Magari parti con una trentina di partecipanti, però con
il passare del tempo il numero aumenta sensibilmente. Purtroppo il
genitore non si rende conto, ogni figlio è spettacolare per papà e
mamme. Si lasciano prendere, ma non capiscono che tutto questo non
aiuta alla crescita del ragazzino e alla sua formazione”.
Oggi siamo qui al Savio, quali sono i
prossimi appuntamenti per la Trentadue e quali i tuoi progetti?
“Questo è il primo stage con il
Savio e penso che andremo avanti perché è una società molto vicina
ai nostri valori. Una volta finita questa esperienza ci metteremo a
tavolino per stilare un programma e organizzare altri eventi. Per
quanto mi riguarda, invece, spero di avere un'occasione da tecnico
visto che ho appena conseguito il patentino UEFA. Mi sento pronto per
la panchina”.
Con la Trentadue sempre in primo piano.
“Assolutamente. Ho un staff incredibile e il progetto andrebbe avanti anche se dovessi partire per lavoro. Amo quello che stiamo facendo e vogliamo crescere sempre di più. I bambini se lo meritano, lo sport deve essere un diritto di tutti”.
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