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l'intervista
26 Febbraio 2025
Stefan Schwoch: 135 gol in Serie B
Il calcio di oggi e la meritocrazia
Lei è l’esempio di cosa voglia dire fare la gavetta: ha dovuto dimostrare tanto sul campo. Che differenza nota nel calcio di oggi, in cui nei settori giovanili i ragazzi sono lanciati molto presto nel mondo dei professionisti? "Adesso i ragazzi hanno troppa fretta di arrivare: prima per esordire dovevi fare tanta strada. Un ragazzo può essere pronto anche a 17 anni e può giocare in prima squadra, però bisogna essere sicuri che sia all’altezza. Adesso in Serie C il 90% dei calciatori gioca perché porta lo sponsor, questo lo sanno tutti. Se tu sei in campo perché tuo papà ha i soldi o perché porti lo sponsor, per forza di cose la qualità viene a mancare: non c’è più quel parametro di giudizio. Ho visto mille situazioni in cui giocava chi aveva più mezzi rispetto a chi meritava davvero. Questo fa sì che non vengano più premiati il talento, la voglia ed il sacrificio, ma altre cose. Questo si riflette anche ai massimi livelli: se l’Italia non partecipa a due Mondiali di fila un motivo c’è. Ciò di cui sono convinto è che ai ragazzi manchi l’anima. Quando ero a Trento, ad un certo punto sono stato aggregato alla prima squadra: scendevo dal pullman e mi davano tre quattro borse da portare. Adesso non esiste più questa cosa. Non era nonnismo, l’ho capito dopo: non ero felicissimo, però sò che è stata un’esperienza formativa anche quella. Il rispetto portato dai giovani verso i “veterani”, non c’è più, il ragazzo di 18 anni che saliva con la prima squadra prima aveva timore dei più grandi. Io nello spogliatoio ero intimidito, e non ero né alla Juventus né al Milan o all’Inter, ora vedi ragazzi giovani con la Porsche, i capelli sistemati che sembrano già arrivati. Ma non è così. Uno dei talenti più importanti del calcio italiano negli ultimi anni è stato Mario Balotelli, per me poteva fare una carriera come Ronaldo per le qualità che aveva. Eppure c’è un motivo se ha smesso 5 anni fa di giocare. È giusto che i giovani abbiamo la possibilità di arrivare, ma anche che ricevano lezioni severe come capitato alla mia generazione: ci sarebbe più qualità e più rispetto. Ovviamente non parlo solo di calciatori: è un discorso che si può applicare anche al di fuori del mondo del calcio".
Crede che si possano migliorare questi aspetti? "È difficile, ormai il calcio è questo, siamo in un’altra epoca. Il nostro Paese non è un esempio di meritocrazia. Siamo in una nazione in cui le regole non vengono rispettate, in primis da chi di dovere: come possiamo spiegare ai nostri figli di dover fare l’esatto contrario? Mio padre diceva sempre: “Il pesce puzza sempre dalla testa”. Questi giovani non hanno esempi o uno specchietto che si possa riflettere sui valori di una volta. Tutti abbiamo fatto qualche cavolata, però adesso si va verso l’esagerazione, non si paga per i propri errori. Quindici anni fa se mi avessero detto che l’Italia non si sarebbe qualificata ai Mondiali avrei risposto che era una follia. Si fa poco per poter rimediare a questa situazione, a partire dai campionati minori: in Serie C falliscono ogni anno diverse società perché non sono in grado di pagare gli stipendi. In Italia nessuno vede nulla".
Lei ha vissuto anche una breve parentesi da direttore sportivo: oggi che tipo di giocatore sceglierebbe per la sua squadra? "Punterei sulla qualità tecnica e, per forza di cose, anche su una buona struttura fisica. Il calcio di oggi si basa molto su questo aspetto, ciò non esclude che si possa insegnare la tecnica anche a ragazzi molto dotati fisicamente. Io prediligo un calcio molto più tecnico e meno di corsa, ma non si può più tornare indietro. I giocatori, rispetto a prima, sono diventati più atleti: ci si allena in modo differente, più personalizzato, meno sulle corse lunghe. Le squadre ora giocano più corte, più compatte nello spazio. Per me l’ultimo giocatore che aveva tutto, fisico, tecnica e personalità era Ibrahimovic".
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