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l'intervista

Stefan Schwoch "Non ho nostalgia. In Serie C ora gioca chi porta sponsor"

L'esclusiva all'ex attaccante di Venezia, Napoli e Ravenna: la gavetta per arrivare al professionismo ed un analisi del calcio attuale

26 Febbraio 2025

Stefan Schwoch "Non ho nostalgia. In Serie C ora gioca chi porta sponsor"

Stefan Schwoch: 135 gol in Serie B

Napoli, una tv spenta e... DAZN

Qual è il momento della sua carriera, tra le piazze importanti che ha toccato, che le è rimasto più impresso? "Napoli è stata un’esperienza unica: il rapporto che si è creato con la città non l’ho più vissuto da nessuna parte, esclusa Vicenza dove ero anche capitano. Però, quando si entra in uno stadio in cui ci sono 70- 80000 spettatori tutte le domeniche che aspettano il tuo ingresso è una soddisfazione incredibile. L’unica metropoli dove c’è una squadra sola. Anche fuori dal campo, avevo difficoltà ad andare in centro: più volte sono dovuto tornare a casa con i Carabinieri. È stata un'esperienza molto piacevole, quando mi domandano se mi pesava non avere privacy rispondo no: a fine mese quando ricevevo lo stipendio non mi pesava. Ancora adesso mi trattano come se fossi un loro giocatore, mi offrono da mangiare o da bereÈ bello sapere di aver trasmesso tutta la mia voglia di dare il massimo per questa maglia, ma questo l’ho vissuto in ogni piazza. Non mi potranno mai criticare per l’impegno che ci mettevo ogni domenica, ho giocato in condizioni non buone perché per me si trattava di rispetto per chi mi stipendiava e per chi veniva allo stadio"

Ha qualche rimpianto nella sua carriera? "Sinceramente mi sento molto soddisfatto, se dovessi indicare l’unico dispiacere che ho è non aver vinto il campionato con il Vicenza: secondo me la squadra più forte con cui ho giocato. Sarebbe stato il coronamento della mia carriera. Conoscevo bene la categoria, conoscevo le qualità dei compagni di squadra. Ero convinto che a dicembre il campionato sarebbe stato già nostro. Purtroppo nel calcio non c’è mai nulla di certo"  

Prima di una partita aveva qualche rito? "No, però qualcosa di particolare la facevo. Giocando con le scarpe di un numero più piccolo, dato che mi piaceva averle strettissime, le bagnavo sotto l’acqua bollente e giocavo così, in modo che l’acqua le ammorbidisse e prendessero meglio la forma del piede. Mi piaceva il silenzio all’interno dello spogliatoio: una volta Eugenio Fascetti accese la tv prima di una partita, gliela feci smontare dicendogli di spostarla nella sua stanza. Avevo bisogno di tranquillità".

Come gestiva da attaccante la pressione di dover fare gol? "Vivevo per il gol, un attaccante deve farlo. Deve anche sapere che ci sarà un periodo in cui segnerà meno e lì bisogna essere bravi a mettersi a disposizione della squadra. Non sono mai stato ossessionato, ho cercato sempre innanzitutto di vincere le partite, poi è logico che segnare mi faceva piacere perché per un attaccante è il coronamento del lavoro settimanale. Vivevo peggio il fatto di non giocare titolare, nell’ultima fase della mia carriera quando le condizione fisiche non erano più ottimali. Lì ho sofferto parecchio. Oggi con una maturità diversa, riconosco che è giusto giocasse chi stava meglio, però quando sei abituato ad essere il punto di riferimento di una squadra, vedere che sta arrivando la fine diventa un po’ triste, ti arrabbi con te stesso". 

Come ha vissuto il suo addio al calcio?  "Non ho mai avuto nostalgia del calcio. Ero arrivato alla fine di un percorso ed il mio fisico non mi permetteva più di fare quello che facevo prima: quando sei un protagonista, non vuoi farti compatire ed è giusto smettere. Solo una volta ho avuto nostalgia, quando ho iniziato a fare il commentatore per Dazn e la prima partita a cui sono stato inviato è stata Napoli - Venezia: quando ho visto il San Paolo pieno, ho pensato beati loro che sono là in mezzo. Al di là di questo episodio ho sempre vissuto in maniera tranquilla la conclusione della mia carriera, sapendo di aver fatto il meglio di ciò che potevo".

A proposito del suo impegno come commentatore, cosa l’ha spinta ad indossare cuffie e microfono? "Mi chiamò Dazn mentre ero a giocare a golf, chiedendomi se fossi interessato. Mi sono preso una giornata per pensare, ho chiamato Adani, Marcolin che sapevo facessero già parte di questo mondo e mi hanno convinto ad accettare. Da lì è iniziata questa nuova avventura che poi quest’anno si è interrotta. Cinque anni bellissimi con gente a cui devo molto, come Riccardo Mancini, Edoardo Testoni, ragazzi che mi hanno dato una mano e facilitato il mio inserimento. Spero in futuro di poter ripetere quest’esperienza”. 

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