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Lo speciale
03 Febbraio 2026
Protesta dei tifosi del Rimini
Il calcio italiano è nella costante ricerca di una resa dei conti, in senso figurato ma anche economico. Da qualche decennio, e quindi con soluzioni che a tutt'oggi non sono state trovate, quello che era uno dei sistemi più floridi al mondo dà la sensazione di non riuscire più a rigenerarsi. Le mancate qualificazioni della Nazionale agli ultimi tre mondiali (e con una tutta da guadagnare per il prossimo) sono soltanto il sintomo finale di un sistema che non regge, fa fatica e, soprattutto, non produce più talento. Ma se la Serie A e la Serie B riescono in qualche modo a mantenere standard accettabili, è in quella che è considerata la base del sistema che l'erosione ha portato ai buchi più ampi e clamorosi, difficili ora da riempire.
La Serie C è un campionato professionistico a tutti gli effetti, ma il suo sviluppo ed il suo contorno hanno tutto l'aspetto di un mondo dilettantistico. Senza svilire con questo commento chi, invece, tra i Dilettanti lavora con profitto. Modifiche, aggiustamenti, mai una vera e propria riforma che possa ristrutturare e poi garantire reale sviluppo (escludendo la mera sopravvivenza) di un campionato che è la finestra d'affaccio per tanti giovani talenti (che poi guardando all'attualità assomigliano loro malgrado troppo spesso ad uno strumento economico) e per tante realtà della Provincia verso palcoscenici realmente illuminati.

Alla base dei problemi che affliggono notoriamente la terza serie nazionale c'è lo spropositato numero di club che appartengono a questo livello. L'Italia è l'unico sistema in Europa ad avere ben tre categorie professionistiche che, se da un lato garantiscono a calciatori, tecnici e staff, garanzie, dall'altro si sta rivelando insostenibile come testimoniano i numerosi fallimenti (con inevitabili retrocessioni e rifondazioni) degli ultimi anni. In Serie C i costi di gestione sono da professionismo pieno, mentre i ricavi restano ancorati a logiche locali. Negli ultimi quattro anni, il dato più allarmante è la "mortalità" post-retrocessione: 3 squadre su 4 tra quelle scese in Serie D sono scomparse, segno che il salto tra le categorie è un baratro finanziario.
Solo pochi mesi dopo aver vinto la Coppa Italia, il club romagnolo è stato ufficialmente escluso dal campionato il 28 novembre. Una caduta libera iniziata con una penalizzazione di 16 punti e terminata con la liquidazione giudiziale per un buco di oltre 4 milioni di euro. L’esclusione a stagione in corso ha portato all'annullamento di tutti i risultati e allo svincolo d'ufficio dei calciatori, lasciando un vuoto nel Girone B che è diventato il simbolo del fallimento della gestione a debito. Ma il Rimini è stato solo l'apice di un tracollo iniziato in estate, quando club storici come Brescia, SPAL e Lucchese non hanno nemmeno superato i cancelli della Covisoc. 
Mentre il Rimini è già storia, il Trapani è il dramma del presente. La società siciliana, dopo una promozione record, si trova oggi in un limbo legale senza precedenti. A gennaio 2026, il club vanta sul campo numeri da promozione, ma la classifica recita un amaro 14° posto a causa di 15 punti di penalizzazione Il 22 gennaio doveva essere il giorno dell'esclusione definitiva a causa del mancato pagamento degli emolumenti di luglio e agosto. Tuttavia, il Tribunale Federale Nazionale ha concesso una proroga, rinviando la decisione al 9 marzo. Il presidente Antonini (in foto) ostenta sicurezza e ha recentemente saldato gli stipendi di novembre, ma il rischio che il Trapani segua il destino del Rimini a stagione quasi ultimata resta un'ombra pesantissima che falsa la regolarità del campionato.
Da qui la necessità di trovare nuovi schemi. L'idea che sta emergendo, senza ancora posizioni ufficiali ma per la quale si vedono le prime sfumature, è quella di una sorta di declassamento della C. Non una novità in sé per sé, ma una sorta di ritorno al futuro: leggasi semiprofessionismo.
Fino alla fine degli anni '50, il calcio era diviso rigidamente tra professionisti (Serie A e B) e "quarta serie". Con la Riforma Zauli del 1959, nacque a Firenze la Lega Nazionale Semiprofessionisti, impostazione che resse fino al 1981. La Lega poi cambiò nome in Lega Nazionale Serie C e i club passarono ufficialmente al professionismo, con l'introduzione delle categorie C1 e C2. Se, però, prima della riforma la differenza era legata alla natura dell'impegno (giocatori-lavoratori), al giorno d'oggi con la cosiddetta "Riforma dello Sport" e l'introduzione del lavoratore sportivo verrebbe a crearsi una zona intermedia di flessibilità che prevede regimi fiscali e previdenziali diversi.
Punto cruciale in questo senso è l'articolo 36 della stessa riforma che definisce il trattamento tributario dei compensi nell'area del dilettantismo. In breve: sotto i 5.000€ annui: Non sono dovuti né contributi previdenziali né tasse; tra i 5.000€ - 15.000€ si pagano i contributi previdenziali, ma il compenso è esente da IRPEF; sopra i 15.000 si pagano tasse e contributi solo sulla parte eccedente.
Inoltre, la riforma ha introdotto, ed in un certo senso sponsorizza, l'apprendistato professionalizzante dai 15 anni in su. Questo permette ai club di C di contrattualizzare i giovani dei vivai con costi contributivi ridottissimi, mantenendo però il vincolo sportivo, evitando fughe e dispersioni. In sostanza, questa potrebbe essere la base di partenza verso il ritorno al semiprofessionismo. Via a quello che potremmo definire professionismo per legge in merito alle tutele, con un regime fiscale dilettantistico. Soluzione che, però, non tiene conto del malcontento dei giocatori. Un tale sistema porterebbe a pensioni davvero minime, con calciatori che magari poco più che trentenni rischierebbero di essere una sorta di precari di lusso e dunque dovrebbero necessariamente lavorare e giocare, guardando (legittimamente) al loro futuro.
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