C’è un filo rosso che unisce oltre 700 panchine: la capacità di trasformare i momenti più complicati in opportunità, e di farlo non solo con la tattica, ma con una gestione mentale capace di spostare gli equilibri. Paolo Caputo, allenatore con un lungo percorso nei campionati regionali e nazionali, ripercorre tre episodi che più di qualsiasi trofeo raccontano cosa significhi costruire un’identità nel calcio: preparazione, orgoglio e senso di appartenenza.
La partita perfetta: Casertana–Ostia Mare, il ritorno che cambia tutto
In 700 partite avrà visto di tutto: qual è stata, dal punto di vista tecnico e tattico, la partita meglio preparata e meglio riuscita della sua carriera? "Allenavo l’Ostia Mare in Serie D perché l’anno precedente ero stato chiamato a Ostia e avevamo vinto il campionato di Eccellenza con quattro o cinque giornate di anticipo. Dopo diversi anni riportai io l’Ostia Mare in Serie D. L’inizio di quel campionato, però, fu molto difficile: nelle prime sette partite conquistammo solo tre punti, frutto di tre pareggi e il resto sconfitte, e per questo fui esonerato. Dopo una sola partita, però, la società decise di richiamarmi. La gara del mio ritorno in panchina fu Casertana–Ostia Mare, a Caserta. La Casertana era una squadra fortissima, che a fine stagione avrebbe vinto i playoff di Serie D conquistando la promozione in Serie C. Preparai quella partita con una rabbia e una determinazione incredibili. Andammo subito in vantaggio, poi sul 2-0 colpimmo anche un palo e una traversa e sprecammo un paio di occasioni clamorose. Alla fine loro accorciarono le distanze, ma vincemmo 2-1. Da quella vittoria partì una rincorsa straordinaria che ci portò fino ai playoff".
La rimonta più incredibile: Tolfa - Canepina in 9
C’è una rimonta che considera la più significativa, non tanto per il risultato finale ma per come la squadra seppe reagire a una situazione compromessa? "Potrei raccontarti dell'Eccellenza vinta, ma preferisco parlarti del mio primo anno da allenatore in Promozione a Tolfa. Fu una partita particolare: giocavamo in casa contro il Canepina e dopo pochi minuti perdevamo 2-0. Poco dopo ci venne espulso un nostro giocatore e, su quell'episodio, subimmo il gol del 2-0. Successivamente ci fu un'altra espulsione a nostro sfavore e rimanemmo in nove uomini. A quel punto, più che preoccuparmi del risultato, buttai tutto
sull'orgoglio e dissi ai ragazzi che non ci interessava più il punteggio. Il risultato fu incredibile: prima segnammo il 2-1, poi il 2-2 e, al novantesimo, su una punizione a nostro favore, realizzammo uno schema che provavamo spesso in allenamento e segnammo il gol del 3-2. Fu una partita clamorosa, conclusa con un vero capolavoro su palla inattiva".
La squadra che lo ha segnato: la favola Civitavecchiese
Guardando il suo percorso da allenatore, qual è stato il periodo o la squadra che più ha segnato la sua crescita professionale e

In nove uomini, sotto 2-0, vincemmo 3-2: fu un capolavoro su palla inattiva
perché? "La terza risposta riguarda il mio primo anno in Eccellenza, quando fui chiamato alla Civitavecchiese. Era una stagione con pochissime risorse economiche: il presidente era un mio amico, anche più giovane di me, e avevamo già condiviso molte esperienze insieme. Mi chiamò e mi disse: “Se retrocediamo non succede nulla, però facciamo una squadra di ragazzi locali, giovani; quello che viene, viene. La storia della Civitavecchiese è qualcosa che tutti conoscono e che, ne sono certo, conosceranno anche i miei nipoti, perché è destinata a restare nella storia. A dicembre eravamo ultimi in classifica. Poi, incredibilmente, arrivammo secondi, disputammo i play-off e conquistammo la Serie D, davanti a uno stadio pieno: il campo del Gedila, colmo di circa quattromila persone. Quell’esperienza mi ha segnato profondamente, perché mi sono detto: "Sono partito dalla Terza Categoria e, nel giro di quattro anni, mi ritrovo in Serie D”. È stata la dimostrazione che quello che stavo facendo poteva diventare un percorso importante anche per il futuro. La cosa più bella, però, è stata che dall’allenatore al magazziniere, passando per i giocatori e la dirigenza, eravamo tutti di Civitavecchia. Una storia davvero da scrivere in un libro, da raccontare come una favola. Nel corso della mia carriera ho vinto anche altri campionati di Eccellenza e ho allenato squadre molto forti, ma ciò che resta davvero impresso sono le imprese, quelle che vanno oltre i risultati".
Tre storie diverse, un unico messaggio: nel calcio dilettantistico il valore vero spesso non si misura solo nei punti, ma nelle imprese che costruiscono identità e lasciano tracce. E se dopo 700 partite il ricordo più forte non è una coppa, ma un gruppo di ragazzi locali che ribalta la storia in uno stadio pieno, allora il senso di questo percorso è chiaro: il calcio è memoria, comunità e coraggio.
