Cerca
al giro di boa
09 Gennaio 2016
Il CT Gianfranco Pesci © crlazio.info
Fatta un’analisi
approfondita dei due gironi e dei tecnici del campionato Giovanissimi Elite,
stilata anche un Top 11, come ultimo appuntamento del nostro speciale ‘Al Giro
di Boa’ proponiamo infine un’intervista al CT della Rappresentativa
Giovanissimi Gianfranco Pesci, che parla a tutto tondo del mondo classe 2001.
Mister,
iniziamo dal IV Memorial Mauro Porcelli, in cui recentemente la Rappresentativa
ha trionfato. Una grande prestazione in finale con la Lazio, ed una
manifestazione giocata ad alto profilo.
“E’ stato un
torneo organizzato nel migliore dei modi, al quale hanno partecipato grandi
società. Lo ritengo uno dei primi tornei della capitale: in generale il livello
dei 2001 di tutte le squadre è stato ottimo, c’è da fare un applauso a tutte le
società ed agli allenatori che stanno vivendo una grande stagione”.
Qual è stato
il fattore vincente?
“I ragazzi sono
arrivati in ottime condizioni fisiche: lavoriamo sulla mentalità dei ragazzi,
non avendo tanto tempo a disposizione con loro convocandoli una volta ogni
quindici giorni. L’aspetto positivo che ho visto in questo e nello scorso anno,
è che la squadra è stata composta da ragazzi intelligenti ed appassionati, perché
senza amore per il calcio non si raggiungono risultati. I giocatori devono
rimanere umili e rispettosi, perché il calcio è uno sport in cui ci deve essere
una certa lealtà”.
Un successo
molto importante, il secondo consecutivo dopo quello dello scorso anno, a
testimonianza del grande potenziale della squadra.
“E’ noto che
il Lazio primeggia a livello dilettante. Personalmente non condivido la
politica delle società professioniste che non danno spazio a tanti ragazzi,
prendendo invece elementi provenienti da fuori”.
Secondo lei
da cosa deriva questa scelta?
“Nel mondo
in cui lavoriamo la meritocrazia va avanti poco. Va trovata la giusta misura:
io aprirei sia ai nostri talenti che a quelli provenienti da fuori, che ci
portano novità. Giocando vicino a ragazzi bravi si impara molto, è successo a
me personalmente ed è un processo che si ripete. Il lavoro fatto in
Rappresentativa l’anno scorso è stato buono dal momento che diversi ragazzi
sono passati al professionismo; al contrario ne sono rimasti altri che possono
fare benissimo lo stesso salto. La rosa attuale va ancora forgiata, per far
comprendere a fondo ai ragazzi le loro qualità”.
Secondo lei
c’è già qualche elemento pronto al salto di categoria?
“Non faccio
nomi in particolare, tutti i ragazzi hanno dimostrato di avere una gran voglia
di migliorare. Hanno qualità importanti e noi allenatori dobbiamo esser solo di
supporto a loro che sono i veri protagonisti. Sono nel calcio da diversi anni,
ho avuto esperienze in diverse categorie, ed alla fine è solo la crescita dei
ragazzi che conta, è quello che almeno realizza me. E’importante curare i fondamentali,
sia a livello motorio prima di tutto, altrimenti i giocatori non imparano i
movimenti corretti, sia per quello tecnico e mentale in un secondo momento.
Questi ragazzi sono approdati da poco in agonistica e devono ancora sbocciare:
c’è chi è più pronto tecnicamente e chi più fisicamente, ed a questi livelli la
prestanza fisica influisce in maniera devastante, lo si è visto bene anche
nella finale del torneo”.
Lei ha vinto
il Memorial Porcelli due volte di fila. Facendo un parallelo tra la rosa di
quest’anno e quella dell’anno scorso, quali pregi e difetti avevano volendole
comparare?
“La
Rappresentativa dell’anno scorso era un po’ più tecnica, una squadra bella a
vedersi, con dei gesti tecnici più maturi. Quella attuale è una Rappresentativa
più cattiva agonisticamente, che non concede nulla all’avversario. I giocatori
marcano strettamente gli attaccanti avversari, ed ogni partita è preparata con
attenzione: quando non abbiamo la palla siamo tutti difensori, in fase di
possesso invece si lavora a zona con gli inserimenti veloci in verticale”.
Quella dei
Giovanissimi è la nostra categoria, lo dimostrano gli scudetti vinti ed i
successi in altre manifestazioni. Dato il bacino ampio e di alta qualità che il
Lazio mette a disposizione, c’è un po’ l’obbligo di vincere?
“Si parte
sempre con l’obiettivo di vincere, ma per farlo bisogna lavorare bene, cercare
dei ragazzi che sappiano giocare in un certo modo. C’è comunque una differenza notevole tra
le selezioni che facciamo noi e quelle di altre Rappresentative: per fare un
esempio quella del Friuli dell’anno scorso, che poi ha vinto il Torneo Delle
Regioni, ha portato giocatori provenienti da poche squadre diverse, e quindi c’era
una certa amalgama. Poi però di quella rosa pochi elementi passano al
professionismo”.
Il CR Lazio
invece impone di portare solo due ragazzi per società, una scelta che
condivide?
“Certamente,
è un discorso che condivido, altrimenti si farebbe una squadra con ragazzi
provenienti da due società. Il Lazio ha già vinto con questo metodo, e operare
altrimenti non avrebbe senso”.
Riguardo al
Torneo Delle Regioni, quello dell’anno scorso non è andato bene. Cosa è
mancato?
“In fase di
preparazione abbiamo battuto tante squadre, anche professionistiche, poi ci
sono stati degli incidenti di percorso. Partimmo presto dal comitato e ad
Arezzo si ruppe il pullmann: arrivammo poi a Brescia stravolti, ed il giorno
dopo dovevamo giocare alle 9 e quindi la squadra dormì poco e perse 6-0 con il
Friuli, una stranezza per una formazione che non prende quasi mai gol (in due Memorial Porcelli 27 gol fatti ed 1
subito, ndr). La squadra poi reagì nelle partite successive, entrando come
migliore seconda ai quarti di finale, per uscire infine ai calci di rigore. Ho delle remore per quanto riguarda le convocazioni, ma più di due a squadra non potevo portarne. Rimango innamorato di quella Rappresentativa e mi sto innamorando di questa, perché
vedo dei ragazzi seri”.
L’obiettivo
di quest’anno è quindi riscattarsi e giocare il prossimo Torneo Delle Regioni
per vincere?
“Certo, non
giochiamo mica per partecipare. De Coubertin mi piace, ma quando alla fine gioco ed esco ai calci di rigore, ci rimango male (ride, ndr). Quando si lavora con i
bambini, a livello di Scuola Calcio, l’importante è il divertimento e la
cultura dello sport; ad altri livelli invece si pensa ad altro, rimarcando la
sconfitta se necessario ma con il solo fine del miglioramento, sennò si passa
all’anticalcio”.
Infine,
ringraziandola per la disponibilità, quale consiglio si sente di dare a questi
giovani atleti?
“Prima ho
parlato dell’amore per il gioco del calcio, ora il consiglio che do è di essere
umili, con la consapevolezza che non ci si diverte solamente, perché i
risultati che si ottengono sono frutto del lavoro, del sacrificio e degli
insegnamenti seguiti. I giovani atleti devono essere bravi a curare il proprio
aspetto mentale e tecnico, per farsi trovare pronti al grande salto: non
importa il risultato della squadra in cui si gioca, se uno è pronto può fare da
solo passi avanti, giocare sotto età e quant’altro. I giocatori non devono
avere paura a venire in Rappresentativa: quello che dico sempre ai ragazzi è di
sprigionare le loro potenzialità, poi il tecnico deve solo correggere, senza
rimproverare”.
EDICOLA DIGITALE
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni