Cerca
l'intervista
20 Aprile 2026
Simone Munaretto, presidente del Fiumicino
La stagione del Fiumicino, al ritorno in Promozione dopo la retrocessione dello scorso anno, non è stata delle migliori. Il club rossoblù di Simone Munaretto si sta avvicinando ad una salvezza diretta, ma i presupposti, o i desideri del club, erano sostanzialmente altri. Una stagione in cui, nel complicato girone A, i rossoblù hanno anche cambiato tecnico per dare una scossa.
Il primo grande scossone è arrivato con l'addio di Mister Lodi, una separazione che per Munaretto ha rappresentato un momento difficile, soprattutto per il profondo legame personale:
"Sinceramente non sarebbe mai accaduto se avessi dovuto decidere io" – esordisce il Presidente – "L’ho esortato a continuare. Ci sono momenti in cui la squadra ha bisogno di un cambio, ma lui non se l'è sentita di andare avanti. Non lo avrei mai mandato via per il rapporto che ci lega: dopo aver perso 6-0 (contro il Borgo Palidoro, ndr), lui ha voluto lasciare. Quando un allenatore decide così, bisogna rispettare la sua scelta. È stata una decisione sua: nonostante i risultati, ero convinto che avrebbe tirato fuori la squadra dalle secche".
Leggi Anche:
Dopo l'addio di Lodi, la scelta della società è ricaduta su Paolo Albano, un ritorno dettato più dall'istinto e dalla conoscenza dell'ambiente che da lunghi calcoli a tavolino:
"Albano era stato qui a Fiumicino dai tempi di Glauco Cozzi. Molte cose le ha assorbite da lui, persino la postura in campo (sorride, ndr). Mi è piaciuta subito la sua voglia di tornare a Fiumicino. Io su tante cose decido d'impulso: magari se ragiono troppo, sbaglio peggio (ride, ndr). Mi sono trovato bene con lui, anche se finora siamo stati altalenanti. Negli ultimi sei mesi abbiamo avuto due volti: in casa un ritmo da primo posto, fuori da ultimo. Dobbiamo trovare il nostro equilibrio."
L'ex allenatore della Pescatori Ostia potrebbe anche restare nella prossima stagione e concludere il lavoro, ma sono ragionamenti che si faranno a bocce ferme. Nel frattempo, Munaretto analizza con lucidità un girone A che ha riservato sorprese e qualche rimpianto di troppo per i colori rossoblù:
"Mi aspettavo che il Tolfa finisse più in alto" – ammette Munaretto – "Sinceramente mi piace giocare i derby, ma quest'anno siamo rimasti soli. Sapevo invece che il Borgo Palidoro avrebbe fatto bene. Noi? Potevamo fare molto meglio. Magari non il primo posto, ma per il terzo la squadra c’era tutta. Purtroppo qualche nuovo innesto non si è trovato subito e abbiamo avuto troppi infortuni".
Un rammarico che nasce dalla storia recente del club, abituato a palcoscenici di vertice:
"Nelle ultime sei stagioni di Promozione siamo sempre stati tra i primi tre. Mi aspettavo questo piazzamento perché, come valori, era alla nostra portata".
Andando avanti, l'intervista si sposta su uno dei temi più dibattuti a livello dilettantistico: la gestione dei giovani e l'obbligatorietà degli Under. Su questo punto, Munaretto non usa giri di parole, puntando il dito contro una mentalità che spesso finisce per essere controproducente per i ragazzi stessi:
Leggi Anche:
"Ti dico una cosa 'simpatica'" – racconta – "quando ho fatto l'Eccellenza non c'era nemmeno un Under obbligatorio. Penso che con tre Under sarebbe stato più facile competere contro squadre che impiegano capitali ingenti. Io ne metterei pure 5 o 6, ma il problema è che, a partire dalla Serie A, per i giovani si tende sempre ad aspettare. Io invece dico: buttalo dentro! Se è capace emerge, se non lo è lo cambi. Serve a questo il calcio dilettantistico."
Il rischio, secondo Munaretto, è quello di creare un sistema "artificiale" che non premia il talento ma solo l'anagrafe, portando a un rapido declino della carriera dei calciatori:
"Secondo me ci sono tanti bravi che non giocano perché ne servono solo tre per regolamento. Spesso si preferisce l'esperienza per paura dei risultati, ma così facendo i ragazzi aspettano troppo e a 23-24 anni sono già considerati 'vecchi'. Il problema è che le regole cambiano di anno in anno: servirebbe continuità per almeno 3 o 4 anni per vedere i risultati di una riforma. Dare uno spazio sicuro oggi per poi vederli sparire nella Juniores è deleterio."
L’analisi di Munaretto si fa poi ancora più sferzante quando il discorso cade sulla gestione societaria e sulle carenze strutturali del movimento dilettantistico, ponendo l'accento su un’incoerenza di fondo tra i costi sostenuti e i servizi offerti:
"Ognuno è libero di fare come vuole, ma alcune società non hanno il campo, non hanno strutture, giocano in affitto su terreni dove il pallone rimbalza male. Però poi pagano rimborsi che sono veri e propri stipendi... Secondo me questo è un malcostume. Bisogna smetterla di scimmiottare la Serie A. Merita chi fa, chi costruisce, non chi vive di facciata. Sarei molto più contento se tutti seguissero il modello di crescita organica di società come W3 o Aranova: altri fanno 'instant team' senza avere nulla sotto."
Un grido d'allarme che si trasforma in una proposta provocatoria rivolta direttamente ai vertici federali, rei, secondo il numero uno rossoblù, di non tutelare abbastanza la base della piramide calcistica:
Leggi Anche:
"Il vero problema è che noi paghiamo la Federazione per esistere, mentre in altri Paesi accade il contrario. Dovremmo essere noi a formare i giocatori, invece veniamo abbandonati. Non andiamo ai Mondiali e la colpa sarebbe delle scuole calcio? Le strutture sono quelle che sono, i costi altissimi... ma cosa riceviamo in cambio? Servirebbe una 'class action' dei dilettanti".
EDICOLA DIGITALE
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni
Dalle altre sezioni