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l'editoriale
15 Aprile 2026
La festa di Berlino 2006 (Foto ©figc.it)
L’unità di misura della delusione è il tempo. Il 9 luglio del 2006 avevo 17 anni e la finale del Mondiale la vidi a Rieti, abbastanza casualmente. Avevo scelto di rimanere lì una settimana, in mezzo all’estate, per staccare da Roma e stare con i miei zii e con i miei cugini.
Quella notte andammo insieme a fare i caroselli e grazie al rigore di Grosso anche Rieti sembrava Las Vegas. L’Italia era sul tetto del mondo, il calcio per me era solo una passione e non ancora un lavoro. Da lì in poi, una vita in mezzo: lo sport come costante, gli amici che cambiano, il lavoro, gli amori, un figlio. E nel frattempo, un’Italia calcistica passionale come sempre, ma gradualmente confusionaria, con i Mondiali 2010 e 2014 primi seri campanelli d’allarme.
Furono due edizioni grigie, ma almeno c’eravamo: una presenza che dovrebbe spettare di diritto ad una Nazione che porta con sé libri di storia sportiva così pesanti. E forse sta proprio qui uno dei tanti problemi: che non basta il nome, non basta campare di rendita per illudersi di essere sempre nell’Olimpo.
Dopo tante stagioni ci ritroviamo qui, fermi, impolverati, sempre alla ricerca di alibi per pulirci la coscienza, intenti esclusivamente ad annaffiare il nostro orticello, a soffrire e uscire con la Bosnia, a rimpiangere addirittura il rigore alle stelle di Baggio a Pasadena (sconfitti sì, ma quanto eravamo belli?).
È il 2026 e siamo fuori dal Mondiale, ancora una volta, tanto da farla diventare un’abitudine per chi oggi è adolescente e per chi tra quattro anni sarà già uomo. Statistica devastante. Tanto che per i più giovani il calcio non è più (o non lo è mai stata) “La cosa più importante delle cose meno importanti” come diceva Sacchi, ma è al pari ormai di uno scroll su TikTok o di una partita a Fifa.
La notte con la Svezia fece male, quella con la Macedonia del Nord ancor di più, questa con la Bosnia tre volte tanto.
Perché l’unità di misura della delusione è il tempo. E logora. Logora pure questo vortice da cui sembra impossibile uscir fuori. Già: sembra. Perché per chi ha gli strumenti per trovare finalmente soluzioni, è arrivato il momento di utilizzarli: per ridisegnare il calcio, per riformarlo o per lasciare il testimone a chi ha voglia e capacità di riceverlo.
Non è più il tempo della retorica da hashtag, ma quello di prendere atto che continuando su questo cammino non apparirà mai la luce in fondo al tunnel. E non servivano tre imbarazzanti buchi nell’acqua per capirlo.
Tre mondiali senza di noi: è deprimente e irrispettoso. Per tutti quelli che l’Italia bella l’hanno vissuta. Per tutti i bambini che non sognano più di andare ai Mondiali. E anche per chi ha visto Rieti trasformarsi in Las Vegas.
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